Focemicina: scopri il passato

Un viaggio nel passato per far rivivere i ruderi dei Porti di Claudio e di Traiano.

Navigando tra le pagine potrete scoprire i luoghi abitati dai nostri antenati attraverso la ricostruzione virtuale di Portus

Nelle Cronache di Portus potrai rivivere il quotidiano di chi 2000 anni fà abitava il territorio.

Attraverso piccoli dettagli lasciati tra le rovine rimaste a Fiumicino, possiamo capire molto di questa civiltà e comprendere il nostro presente. Buon viaggio!

Fiumicino: vivi il presente

Una finestra interattiva aperta su Fiumicino per conoscere nel dettaglio le risorse di questo territorio.

Tombe, corredi e rituali

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In epoca romana, secondo quanto previsto da ben precise normative giuridiche, le aree sepolcrali dovevano essere realizzate all’esterno delle mura.

Le tombe e cimiteri si realizzavano ai lati delle vie che conducevano dalle porte della città verso l’aperta campagna oppure ai lati di strade in connessione con le predette vie.

Gli appartenenti alle famiglie più importanti ovvero ai ceti più abbienti edificarono, in terreni propri o acquistati a tal fine, tombe per se stessi o per la propria famiglia e spesso fecero realizzare sepolture contenute in monumenti, caratterizzati da una ricca decorazione.

I Romani credevano nella sopravvivenza dell’anima alla morte fisica, l’anima del defunto continuava a vivere sottoterra, entrando nella sfera di influenza dei cosiddetti “Mani”. L’appellativo di tali divinità deriva dal latino arcaico e significa “benevolenti”.

Cicerone (106-43 a.C.), Virgilio (70 a.C.-19 a.C.), Livio (59 a.C.- 17 d.C.) usano il termine Manes per indicare le anime di singoli individui; anzi, da un passo di Cicerone, nel suo De legibus, apprendiamo che alla sua epoca i morti erano considerati come una collettività di esseri divini e da venerarsi come antenati; dall’età augustea in poi le epigrafi funerarie associano la formula tradizionale di collettività, D(is) M(anibus) oppure D(is) M(anibus) S(acrum), con il nome proprio o i nomi dei defunti al nominativo, in genitivo o in dativo.

I Mani erano dunque oggetto di devozione sia in ambito familiare che cittadino e le offerte che s’indirizzavano loro erano prevalentemente di origine alimentare (vino, latte, miele, pane ecc.). I morti, se debitamente propiziati, erano in grado di venire in aiuto dei loro discendenti; al contrario, qualora fossero stati privi di eredi e/o fossero stati trascurati, divenivano nocivi e astiosi, assumendo in questo caso l’aspetto di Lemures e di Larvae come ci attesta Plauto nelle commedie Captivi, Casina e Amphitruo

Non ci sono rimaste attestazioni esplicite delle credenze più antiche sulla sede in cui i Manes risiedevano dopo che il defunto aveva ricevuto debita sepoltura; tuttavia, è probabile che la concezione dei contemporanei fosse quella che i Mani dimorassero sottoterra oppure vicino al luogo della sepoltura dove potevano ricevere nutrimento. A tal proposito, soprattutto in età imperiale, era in uso offrire cibo e bevande al defunto al fine di conservarne la condizione nella nuova vita; per questa motivazione, erano praticati fori e inserite tubazioni nelle sepolture, soprattutto se povere, affinché le offerte e le porzioni di cibo date ai morti potessero penetrarne all’interno.

 accessotomba ceramica 
                                 Tomba n°89                     Tomba n°89 - Necropoli di Porto
pozzo tomba15
                Tomba n°89 - Necropoli di Porto                     Tomba n°15 - Necropoli di Porto
tomba89 edicola
                  Tomba n°89 - Necropoli di Porto                       Edicola - Necropoli di Porto
sarcofago vasellame
                          Sarcofago - Tomba n°89                        Interno della Tomba n°89

Il primo dei riti, che apriva il periodo di compianto del defunto e che si celebrava sulla tomba, era il silicernium (pranzo funebre), il banchetto in onore del morto, cui poi seguiva, nel nono giorno, la cena novemdialis, in cui si offrivano libagioni (venivano offerti particolari cibi come le uova, le lenticchie, il sale) ai Mani e ai defunti stessi. Tale banchetto funebre doveva essere ripetuto ogni anno nel giorno della morte e in ogni altra data stabilita dal rito.

Gli apprestamenti del banchetto funebre, che si svolgeva presso le sepolture, erano di vario tipo: da semplici sedili addossati alle facciate o alle pareti laterali o posteriori delle tombe, a vere e proprie klinai con piano inclinato e piccolo risalto orizzontale alla base.

Sedili o letti in muratura, accompagnati spesso dai resti di sostegni, intonacati di rosso, che dovevano assolvere alla funzione di mensae connesse ai banchetti, di cui resta testimonianza in tracce di bruciato frammiste a concentrazioni di vasellame ceramico usato nel corso delle cerimonie.

Il rito funerario si svolgeva in diversi fasi. Al momento della morte, avveniva la chiusura degli occhi da parte del parente più prossimo, il premere oculos, mentre in bocca era posta la moneta necessaria per pagare il viaggio nell’oltretomba, ossia l’“obolo di Caronte”.

Caronte era il traghettatore dell’Ade: aveva il compito di trasportare i nuovi morti da una riva all’altra del Fiume Acheronte, ma solo se i loro cadaveri avevano ricevuto i rituali onori funebri, comprendendo in tale cerimonia la presentazione dell’obolo per pagare il viaggio.

Chi non li aveva ricevuti e non aveva l’obolo, era costretto a errare tra le nebbie del fiume per cento anni.

Subito dopo il decesso, il defunto era esposto presso l’atrio della casa con i piedi rivolti verso l’esterno; esso restava esposto al pubblico dai tre ai sette giorni, per poi essere trasportato, nel giorno del funerale, verso la necropoli o, se si trattava di un personaggio importante, nel foro della città nel corteo funebre. Questo era l’ultimo atto che legava il defunto ai suoi cari.

Il corteo funebre si apriva con i musici (tubicines), a seguire le preficae che dovevano proclamare l’elogio del morto e poi gli uomini e le donne che ad alta voce mostravano il dolore per la scomparsa del proprio caro. Davanti al feretro sfilavano le maschere degli antenati, che venivano normalmente conservate in apposite edicolette all’interno dell’abitazione. 

Il giorno del funerale le maschere degli antenati venivano tirate fuori dalle edicolette in cui erano conservate e venivano fatte indossare da persone che assomigliavano, dal punto di vista dell’aspetto fisico, agli antenati. Il defunto, una volta passato alla vita ultraterrena, diventava maior, ossia era accolto tra gli antenati della famiglia. La presenza delle maschere degli antenati nel giorno del corteo funebre era infatti collegata a tale credenza. Nell’ambito della processione funebre, le maschere degli antenati più antichi erano poste davanti al corteo funebre, mentre il defunto era collocato in coda alla stessa.

Le lucerne erano usate sfruttando il valore simbolico del contrasto luce/oscurità e vita/morte. Le lucerne poste all’interno del sepolcro servivano ad assicurare idealmente la presenza della luce nell’oscurità ultraterrena ed erano associate al conforto derivante dalla domesticità dell’oggetto.

Insieme al defunto venivano anche deposte le cosiddette “offerte secondarie”, ossia oggetti di ornamento quali collane, anelli, orecchini, suppellettili per la toletta, come specchi, pettini, spatole e scatole, balsamari in vetro e terracotta.

Sia nel rito dell’incinerazione che in quello dell’inumazione era costume deporre nella tomba oggetti personali, più o meno ricchi, che erano appartenuti al defunto: simbolici, come l’unguentario o il boccalino, rituali, come la moneta e la lucerna e scaramantici, come il chiodo ed il campanellino (tintinnabulum).

Le tombe a incinerazione potevano essere a “cremazione diretta”, il bustum, in cui il corpo veniva bruciato nella stessa fossa dove avrebbe accolto le ceneri del defunto e a “cremazione indiretta”, l’ustrinum, nel quale la salma cremata era ben distinta dal luogo della sepoltura. Le ossa combuste potevano essere deposte in fosse terragne, rivestite talvolta con mattoni o entro olle di vetro o in olle vitree inserite in urne di pietra o in urne lapidee e ancora in recipienti di terracotta.

La maggior parte delle sepolture rinvenute all’interno di scavi archeologici di età romana localizzati nel territorio di Roma è costituita da deposizioni singole; sono stati rilevati pochi casi di deposizioni bisome o multiple.

Per le aree sepolcrali suburbane, la popolazione inumava i propri defunti direttamente in fosse scavate in piena terra o nel tufo; per i bambini e per le ossa combuste potevano essere utilizzate delle anfore.

La tomba in genere era dotata di copertura di tegole poste alla cappuccina o in piano o essere priva di copertura.

Per le deposizioni primarie, la posizione più frequente in cui il defunto è stato ritrovato è quella supina, con gli arti distesi e ravvicinati, mentre per gli arti superiori non è stata rilevata una modalità di deposizione unica: infatti si presentano distesi, flessi o, indifferentemente, uno flesso e l’altro disteso.

Il capo si presenta generalmente rialzato rispetto al resto del corpo, poggiante su un dislivello del piano di deposizione, su un gradino ricavato nel tufo, su un coppo o presumibilmente su un cuscino di materiale deperibile, come si è potuto dedurre dalla verticalizzazione e disgiunzione delle vertebre cervicali e dal crollo del cranio all’indietro.

Per quanto riguarda la decomposizione, si ritiene che, al momento della deposizione, il corpo in genere non sia stato direttamente coperto con la terra. Il ritrovamento di chiodi insieme con staffe di ferro testimonierebbe talvolta l’uso di casse di legno.

 

 

 

Ultima modifica il Giovedì, 08 Maggio 2014 19:05

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