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Tragico epilogo di un adulterio

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Tragico epilogo di un adulterio

da "La Stampa" - http://www.archiviolastampa.it 

 

Giovedì 5 giugno 1930 fiumicino da La Stampa - 

Il delitto d'un ignobile marito Roma, 4, notte.

Un interessante processo si inizierà lunedì prossimo dinanzi al circolo ordinario della nostra Corte d'Assise, dove comparirà il gelatiere Domenico Romani, Imputato di avere ucciso a Fiumicino con un colpo di trincetto, il 26 giugno scorso anno, il meccanico Alfredo Spurio, amante della moglie Teodolinda Pacilli e di aver ferito leggermente la moglie e il suocero. 

Secondo quanto detto nella sentenza della Sezione di Accusa, fra Teodolinda Pacilli e il giovane Spurio si sarebbe fin dal 1925 intrecciata una relazione intima, favorita dal padre della donna, o quanto meno tollerata dal figli giovanetti e dallo stesso marito. La relazione non sarebbe stata molestata finché i risparmi dello Spurio bastarono a colmare le falle del bilancio domestico della famiglia Romani.

Quando lo Spurio non volle dare più il suo contributo, il Domenico Romani proibì alla moglie di avere rapporti con l'amante e cacciò di casa lo Spurio. Questi gli avrebbe rinfacciata alla presenza del carabinieri, la turpe compiacenza passata.

Per tali motivi il Romani, avendo ancora una volta, il 26 giugno, sorpreso l’amante e la moglie chiusi in una capanna di Fiumicino, sotto la guardia del padre della donna, si sarebbe armato di un trincetto, e dopo avere allontanato con un lieve colpo il suocero avrebbe aggredito l'avversarlo. In una rapida colluttazione i due, avvinghiati, uscirono dalla capanna e Alfredo Spurio cadde colpito a morte. L'imputato è difeso dagli avvocati Grasso e Romualdi; la parte civile sarà sostenuta dal senatore Salvatore Barzilai, dall'on. Ungaro e dall'avv. Liuzzi.

 

Martedì 10 giugno 1930 Fiumicino da “La Stampa” - 

Il gelatiere che uccise l’amante della moglie Roma, 9 notte.

E' cominciato stamane, dinanzi alla nostra Corte d'Assise, il processo a carico del gelatiere Domenico Romani imputato di avere, il 26 giugno scorso, a Fiumicino, ucciso con un colpo di trincetto, il meccanico Alfredo Spurio, amante della moglie Teodolinda Pacilli, e di aver ferito leggermente la moglie stessa e il suocero.

Secondo la sentenzia della Sezione di accusa, il gelatiere avrebbe speculato sulla tresca della moglie con lo Spurio e solo quando l'amante si decise a tagliare I viveri il Romani si Indusse a compiere il delitto. L'imputato tuttavia nega di avere sopportato la tresca della moglie con lo Spurio per interesse e afferma di avere compiuto il delitto perché, avendo sorpreso in una capanna la moglie con l'amante in intimo colloquio, fu aggredito dal meccanico e ferito con una forca. Il Romani è un uomo sulla cinquantina, di aspetto volgare e veste modestamente. La parte lesa, Teodolinda Pacilli, moglie dell'imputato, è una donna formosa, assai più giovane del marito, e se non bella, piacente.

L'avv. Romualdi della difesa chiede al Presidente il richiamo di tutte le lettere sequestrate, e siccome occorre leggerle prima dell'interrogatorio dell'imputato, chiede il rinvio del dibattimento a domani. L'avv. Barzilai della Parte Civile e il Pubblico Ministero non si oppongono, e il presidente ordina il richiamo dalla cancelleria di tutte le lettere sequestrate e rinvia il processo a domani. 

 

Mercoledì 11 giugno 1930 Fiumicino da “La Stampa” - 

La deposizione della moglie conferma la premeditazione del delitto Roma, 10, notte.

E’ continuato stamane, dinanzi all’Assise, il processo contro il gelatiere di Fiumicino, Domenico Romani, cui si imputa di avere speculato sulla infedeltà della moglie e di avere ucciso l'amante di costei il giorno in cui questi si rifiutò di dare alla donna dell'altro denaro. Iniziatasi l'udienza, l'imputato dice che fin dal 1927 ebbe dei sospetti sulla fedeltà della moglie e la rimproverò acerbamente, ma la donna proseguì nella peccaminosa relazione con l'amante Alfredo Spurio. Il 26 giugno 1929 il Romani, all'arrivo del treno, vide passare lo Spurio dalla borgata quasi per evitare di essere veduto. “lo, - prosegue l'imputato - calcolai il tempo per andare da mia moglie e in negozio seppi che era uscita dieci minuti prima. Allora mi recai alla capanna di mio suocero, che mi venne incontro, per impedirmi di proseguire e mi diede due spintoni. Vedendo la porta della capanna aperta, vi entrai. Mia moglie stava con lo Spurio. “A, ora non potrai negare! - urlai.” Lo Spurio rimase stupito della mia presenza e si armò di una forca che era nella capanna. Scorto sul desco da calzolaio di mio suocero un trincetto, lo presi per difendermi da una aggressione dello Spurio, che tuttavia riuscì a darmi un colpo furono cosi che vibrai anch'io un colpo per difendermi. Mio suocero a sinistra, mia moglie a destra, cercavano di disarmarmi. Intanto lo Spurio mi colpiva ancora alla testa, forte, tanto forte che mi spinse a tornare alla carica e allora gli vibrai un colpo di trincetto che lo feci stramazzale al suolo”. Il Presidente contesta all'Imputato di essere stato da tempo al corrente della tresca della moglie e di avere preso dei denari dallo Spurio. Il Romani nega.

Nel pomeriggio viene interrogata la Teodolinda Pacilli, moglie dell'imputato, piacente popolana di 35 anni, che veste accuratamente di nero. Quando sale alla pedana, essa suscita un movimento di curiosità nel pubblico, mentre il marito nella gabbia ha uno scatto di sdegno. La donna dice che conobbe il giovane meccanico quattro anni fa. Era un assiduo frequentatore del negozio e la circuì subito di una corte serrata.

Un giorno, a Roma, incontrandolo casualmente in un'epoca in cui essa aveva bisogno urgente di una piccola somma per fare fronte ad un impegno, lo Spurio si offri d’imprestargliela. Fu in quella occasione che si iniziò l'intimità di rapporti della quale il marito non tardò ad accorgersi, ma poiché anche egli era assillato dalla necessità di denaro, finì per fare buon viso alla relazione, che continuò cosi, secondo la teste, sotto lo stesso tetto coniugale, col tacito consenso del marito.

Solo due mesi prima del fatto, per ragioni di interesse, i rapporti fra i due uomini si fecero tesi, finché sboccarono nel delitto, che, secondo la moglie, sarebbe avvenuto perché il Romani pretendeva un nuovo prestito di duemila lire dallo Spurio, prestito che questi non era disposto a concedere. A domanda, la teste nega di essere stata sorpresa nella capanna in intimi rapporti con lo Spurio ed aggiunge che fu il marito, a colpire per primo l'amante. Dopo l'interrogatorio delle parti lese, il seguito del processo è rinviato a domani.

 

Giovedì 12 giugno 1930 Fiumicino da “La Stampa” -

Il gelatiere assassino - Contradditorio deposizioni di testi 'Roma

All'udienza odierna del processo contro il gelatiere di Fiumicino, Domenico Romani, che uccise l'amante della moglie Alfredo Spurio, sono stati sentili circa quaranta testi. Dalle dichiarazioni di tale Settimio Zaccagnini, deceduto durante l'istruttoria del processo e di cui si legge la deposizione stesa dal magistrato inquirente, si apprende che la Pacilli, moglie dell'imputato, ebbe ad esprimergli più volte il desiderio di separarsi legalmente dal marito per poter convivere a suo agio con l’amante.

Viene richiamato il teste, già escluso ieri, Tommaso Malatesta, il quale afferma di avere trovato, dopo lunghe ricerche nei mobili di casa dello Spurio, 88 lettere indirizzate all'ucciso dalla Pacilli.

Giovanna Giordani, amica della Pacilli, conferma che il Romani, pur conoscendo i rapporti intimi fra i due amanti, lasciò qualche volta che i due restassero soli nella camera e aggiunge che un giorno lo Spurio consegnò al Romani, un biglietto da 500 lire e che, avendo più di una volta prestato denari alla Pacilli, glieli aveva sempre restituiti lo Spurio.

La teste nega di avere comunque favorito la relazione adultera. Sale quindi sulla pedana il Maresciallo di Pubblica Sicurezza Alcide Mencaretti, il quale dichiara che lo Spurio ha aiutalo in tutti i modi, i coniugi Romani. La tragica scena che si svolse dinanzi alla capanna di Fiumicino nel pomeriggio del 26 giugno dello scorso anno, viene, ricostruita, nell'udienza pomeridiana da alcuni testi che da lontano vi assistettero. Importante a questo riguardo è la deposizione di una teste a nome Ada Negri, la quale, da una fontana vicina alla capanna vide il marito tradito e l'amante colluttarsi. Ad un certo momento Io Spurio brandi un bastone facendo l'atto di colpire il Romani. Questi allora si allontanò un istante, ma la teste, non potè vedere se si armò del trincetto prendendolo dal desco da calzolaio del suocero. La scena di sangue fu fulminea quando la teste accorse con altri lo Spurio era già moribondo. L'avv. Liuzzi, di Parte Civile, trova strano che una versione simile sia stata riferita dalla teste solo a quattro anni di distanza ma la Negri si giustifica dicendo di non essere stata mai interrogata in precedenza. Altra testimonianza a discarico, che provoca la vivace reazione della Parte Civile, è quella di un loquace muratore, romagnolo tale Bertoccini, il quale dice che la moglie dell'imputato aveva le mani assai bucate, che aveva avuto altri amanti, ragioni per cui fu indotto a pensare che non lo Spurio desse dei soldi a lei ma che ella ne passasse allo Spurio. 

Viene quindi alla pedana il negoziante di Fiumicino Umberto Girardi, anche egli dipinge l'imputalo come un onesto lavoratore mentre la moglie sperpera con prodigalità i pochi guadagni ricavati dall’esercizio dei coniugi gestivano. 

Una volta seppe che la Pacilli usava uno dei suoi amanti tale Polletta, pagargli non solo l’automobile e i pranzi ma anche la camera dove si davano convegno. La Pacilli protesta e apostrofando il teste dice rivolta ai giurati che costui cercò una volta inutilmente di averla, e che parlava in quei termini per vendetta. Avviene tra la donna e il teste un vivace diverbio perché il teste nega decisamente la circostanza ma la Pacilli conferma tra i commenti del pubblico. 

Viene quindi sentito il Polletta il quale conferma di avere avuto intimi rapporti con la Pacilli e a domanda, aggiunge che è vero che la donna più volte gli pagò il pranzo. 

Un’altra teste, Maddalena Jacobini, nel confermare la cattiva fama di cui godeva la moglie dell’imputato dice che fra i vari amanti ebbe una volta anche suo marito. Poiché il pubblico_sottolinea con ilarità tale deposizione la teste si affretta ad aggiungere che essa apprese l’infedeltà del marito parecchio tempo dopo. 

Sfilano numerosi altri testi a discarico, concordi nel descrivere l’imputato come un lavoratore indefesso che si adattava a tutti i mestieri per sopperire ai crescenti bisogni della famiglia. 

Ernesto Maroni, l’ultimo teste della giornata, dice che la Pacilli, contemporaneamente aveva un secondo a Frascati e un terzo a Roma. Questi ultimi due vigilavano il primo che evidentemente credeva di essere il solo a godere i favori della donna. Esaurite le testimonianze, l’udienza è quindi al venerdì mattina. 

 

Sabato 14 giugno 1930 Fiumicino da “La Stampa”

Il gelatiere assassino – Giornata di arringhe Roma

È stato il ripreso stamane il processo contro il gelatiere di Fiumicino, Domenico Romani che uccise l’amante della moglie, Alfredo Spurio. Dopo la lettura del questionario prende la parole il primo oratore di P.C. Avv. Fernando di un sito con una analisi di tutti gli elementi processuali per dimostrare che la vittima provvedeva largamente ai bisogni dell’amante e anche a quella della sua famiglia; che il Romani era a conoscenza della tresca, e che la tollerava cercando di ritrarne il maggior utile possibile e sopportando perfino che l’amante della moglie dormisse per alcune notti nella stessa camera matrimoniale.

Indugiandosi nella ricostruzione del tragico episodio, l’Avv. Liuzzi combatte la tesi della legittima difesa.

“Che ragione – egli dice – avrebbe avuto lo Spurio di aggredire il Romani?” Chi se non il Romani aveva minacciato di morte il giovane? Chi se non il Romani aveva motivi di rancore? L’assassino inoltre appare attraverso il processo come individuo violento, manesco, già condannato per lesioni”.

L’oratore, infine accenna brevemente, per escluderli, agli estremi giudici della legittima difesa e termina la sua arringa invocando dai giurati un verdetto di piena colpevolezza.

Alla ripresa pomeridiana, ha subito la parola il P.G Comm. Properzi. Egli esordisce dicendo che la corsa va rimessa sul suo vero binario, al di fuori di ogni sofisticazione. Innanzitutto una cosa emerge chiara dall’epistolario di 150 lettere: che cioè il Romani fu, per un certo tempo, acquiescente alla relazione della moglie con lo Spurio, fino al giorno in cui, alle precarie condizioni economiche-familiari, la relazione peccaminosa non porta alcun giovamento. E’ la logica delle cose che porta a spiegare così la causale del delitto.

Onore? Passione? Ma no, signori giurati – esclama il Procuratore Generale. – A qual fine Domenico Romani ando a sorprendere in quel pomeriggio domenicale gli amanti nella capanna di Fiumicino, se sapeva che la tresca durava da cinque anni? La verità è che l’occasione era buona, almeno apparentemente plausibile, per mettere la parola “fine” con un colpo bene assestato di trinchetto, ad una situazione di fatto divenuta insostenibile perché ormai l’utile non copriva più il danno” L’oratore della pubblica accusa ricostruisce quindi la scena del delitto. Egli ammette che l’amante improvvisa del marito abbia afferrato un tridente che si trovava nella capanna, ma certo è che nella colluttazione il tridente andò spezzato e in mano del Romani rimase soltanto il bastone.

Ecco perché egli estrasse il trincetto e vibra il colpo mortale. “Legittima difesa?” – si chiede a questo punto il Procuratore Generale – Nessuno potrà sostenere che il Romani sia stato nella necessità di respingere una violenza quando è stato lui stesso che deliberatamente si è mosso per recare ad altri violenza. Meno ancora ricorrono gli estremi dell’eccesso di legittima difesa e della preterintenzionalità del fatto delittuoso. Quanto alla provocazione - dice il rappresentante della pubblica accusa rivolto ai giurati -  lascio alla vostra coscienza di giudicare.

Il Pubblico Ministero conclude la sua rapida ed efficace requisitoria chiedendo ai giurati un verdetto giusto e umano.Ha quindi la parola il primo dei difensori Avv. Roberto Ascarelli. Le arringhe continueranno domani. Nel pomeriggio parlerà il Sen. Avv. Barzilai. Il verdetto si avrà lunedì sera.


Martedì 17 giugno 1930 Fiumicino da “La Stampa”

 

Il gelataio assassino Implacabili accuse ed appassionate difese)

Un pubblico ancora più numeroso che nelle altre udienze, assisteva stamane alla ripresa del processo contro il gelataio di Fiumicino, Domenico Romani. Ha subito la parola l’ultimo patrono di P.C. Avv. Barzilai, il quale premesso che intende fare omaggio alla verità dei fatti afferma che, se non è il caso di dipingere la Teodolinda Pacilli, come una “turris eburnea” o una Casta Susanna, tuttavia non è il caso di ritrarla come una di quelle cortigiane celebri cui accennava l’avvocato della difesa. Quando il Romani, se non può definirsi un lenone di professione, ne in certa guisa un bonario consenziente all’infedeltà della moglie, deve tuttavia apparire come un degenerato in cui contrastano la violenza e la cupidigia.

Di qui le alternative di calma e di brutalità, di sorrisi e di maltrattamenti. Il Romani del resto, è un individuo provvisto di un certo senso di misura: permette la moglie di far dormire l’amante nella camera coniugale, ma, dopo sette giorni ritiene che non sia il caso di continuare a accondiscendere. In altra occasione, permette lo Spurzio stia a fianco della donna per due giorni, qui al terzo insorge e dice alla moglie: “ Non ne hai avuto abbastanza?” Quanto alla figura del vittima, occorre ricomporla nelle sue vere linee di onestà. Si è detto persino che i due amanti, meditassero di uccidere il Romani, ma questa accusa non regge alla disamina quindi le ragioni per cui il Romani, dopo aver ammesso l’intruso nella bandita, ha poi un bel giorno alzato il divieto di caccia, minacciando prima di morte, poi uccidendo lo Spurzio nella brutale maniera che è nota, e conclude invocando dai giurati un verdetto di giustizia. Nel pomeriggio dinanzi ad un pubblico sempre foltissimo, prende la parola l’ultimo difensore, Avv. Romualdi. Egli si propone di dimostrare che sono insussistenti tutte le accuse lanciate dalla moglie adultera e da testimoni compiacenti contro l’imputato. 

Con una rigorosa disamina analitica, l’oratore prova che nessuna delle somme di denaro che la donna ha detto di avere ricevuto dall’amante è passata delle tasche dell’imputato; che, anzi, non risponde nemmeno a  verità che del denaro sia stato dato dallo Spurzio alla Pacilli. 

Era, secondo il difensore, la donna adultera che, con infernale macchinazione, cercava di legare il marito ad una qualunque responsabilità nella falsa speranza di avere così una scusante alla sua disonesta condotta. Non è vero, dunque, che il Romani abbia ucciso perché l’amante della moglie non dava più quattrini. E’ questa, secondo l’avvocato Romualdi, una sconcia menzogna dell’adultera, per perdere il marito, ma della quale i giurati faranno giustizia col loro verdetto. I difensori terminano a tarda ora la sua arringa, chiedendo un verdetto di assoluzione per l’imputato, per aver agito in stato di legittima difesa. L’udienza è quindi tolta e rinviata a domani.

 

Martedì 17 giugno 1930 Fiumicino da “La Stampa”

Il gelato omicida – Condannato a sette anni e sei mesi

L’imminenza del verdetto ha richiamato stamane un folto pubblico nell’aula delle Assise.

Negli ambulacri, in attesa dell’esito del processo, si discute animatamente. Appena aperta l’udienza, ha la parola una breve replica l’Avv. Ferruccio Liuzzi, delle Parte Civile. Egli confuta alcune delle affermazioni contenute nell’arringa pronunziata ieri sera dal difensore dell’imputato, specialmente per quanto riguarda la consapevolezza da parte del Romani delle sovvenzioni di denaro fatte dallo Spurio all’amante. L’avvocato Liuzzi difende poi la memoria dell’ucciso dall’accusa di aver meditato o pensato con la Pacilli di sopprimere il marito, osservando che tutto l’atteggiamento dello Spurio, e nel giorni precedenti alla tragedia e nello svolgimento dell’episodio sanguinoso, non giustificano affatto tale accusa.

Da questa osservazione l’oratore della parte civile prende le mosse per sostenere che l’aggressore fu il Romano, al quale non può in alcun modo concedersi la discriminante della legittima difesa.

Tutt’al più potrà spettargli, l’avvocato Liuzzi si rimette per questo alla coscienza dei giurati, la diminuente dell’eccesso di difesa. Dopo una breve replica del Pubblico ministero, ha per ultimo la parola, l’Avvocato Romualdi.

“La Parte Civile” egli dice, per tratteggiare con le tinte più fosche l’imputato, ha insistito fra l’altro nel ripetere ancora una volta, contro le risultanze processuali, che la compiacenza del marito arrivo al punto da permettere che l’amante dormisse nello stesso talamo coniugale. Chi smentisce questa infamia è la stessa Teodolinda Pacilli la quale, nel suo primo interrogatorio, disse che Spurio dormiva in una stanza attigua. Anche per stabilire la legittima difesa, chi fa testo è precisamente un testimonio insospettabile e cioè Teodolinda Pacilli, la sfrontata, la perfida adultera che non ha di mira altro che la condanna del marito! Ora bene è proprio la Pacilli, la quale dice che il marito era inerme e che chi afferrò per primo la forcina fu precisamente lo Spurio. E come si può negare allora la legittima difesa?

“ Si è detto che la soluzione dell’impuntato equivarrebbe ad un sasso sulla tomba del povero giovane ucciso.

Siamo noi i primi, conclude l’avvocato Romualdi a rispettare la memoria, ma ci deve essere consentito dire che lo Spurio non poteva ignorare quale era la posta del suo terribile giuoco: comunque noi chiediamo che i giurati applichino la legge, unicamente  della legge senza deviazioni sentimentali”. 

Esaurita così la replica, a mezzogiorno l’aula viene fatta sgombrare per il verdetto. La votazione del questionario dura circa un’ora. I giurati hanno dichiarato che l’omicidio fu preterintenzionale, e accorda all’imputato la diminuente dell’eccesso di difesa e le circostanze attenuanti. In base a tale verdetto il Pubblico Ministero ha chiesto la condanna del Romani a sette anni sei mesi di detenzione.

È questa pena che il Presidente consacra nella sua sentenza, alla lettura della quale la madre dell’imputato che esiste tra il pubblico, cade a terra svenuta. La donna è prontamente soccorsa mentre il pubblico sfolla commentando il verdetto.


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