Focemicina: scopri il passato

Un viaggio nel passato per far rivivere i ruderi dei Porti di Claudio e di Traiano.

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Attraverso piccoli dettagli lasciati tra le rovine rimaste a Fiumicino, possiamo capire molto di questa civiltà e comprendere il nostro presente. Buon viaggio!

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L'ISOLA DELLE TOMBE

24 agosto 1933 - "La Stampa"

Un mondo di duemila anni fa

Sono le cinque pomeridiane e il vento comincia a frescare.

Dal bosco vicino di Castel Fusano i pini, i mirti, i lentischi, i ramerinl, i ginepri — tutte le piante ardenti e odorose del litorale tirreno — esalano un profumo più intenso, quasi un ultimo incenso del giorno che sta per morire al cielo che sta per ammantarsi d'oro e di porpora. Le capanne di quell'ultimo lembo della spiaggia elegante — l'ultimo lembo nuovissimo che ha detronizzato nella mondanità chiacchierina, quello di moda l'anno scorso si va facendo a poco a poco solitario.

Le belle bagnanti lasciano il riparo delle tende e degli ombrelloni per affollarsi sulla rotonda di quello stabilimento nuovo che un architetto ingegnoso ha innalzato sull'estremo limite dell'arenile, come un vascello pronto a salpare verso i paesi del sole. Buona architettura questa e veramente razionale che ci rimette di quell'opprimente edificio — specie di mausoleo assiro-babilonese — che fu il primo edificato sul Lido di Roma e che ha questa grandiosa particolarità: di nascondere il mare a chi vi entra dentro.

Il nuovo è invece tutt'altra cosa e, a giudicare dalla folla che lo riempie, ha subito incontrato il gusto del pubblico.

Verso il cimitero giocondo

Intanto l'ora avanza e il sole si fa più roseo. Qualcuno, più frettoloso, abbandona la spiaggia per tornare a Roma. Qualcun altro propone un quartetto di bridge. Ma vi è qualcosa di meglio da fare che non immergersi nelle complicazioni dei robbers, degli slams o delle levees.

E vi è qualcosa di meglio da vedere che non i volti attoniti dei quattro monarchi o delle quattro regine o dei quattro valletti che non ricordano certo ai giuocatori i versi d'amore e le prose di romanzo della Molière de Bretaigne et de Rome la grant.

E allora c'è chi propone di andare a vedere il sepolcreto dell'Isola Sacra.

Oh, niente di triste in questa visita. Già, i pagani, non avevano della morte il concetto doloroso e pauroso che le ha dato il cristianesimo.

I loro sarcofagi sono tutti adorni di scene gioconde: piccoli genii vendemmianti; giuochi pazzi di fanciulli e giovinette; bei combattimenti di eroi e cacce meravigliose nelle boscaglie laziali o nei paduli pontini. E nè meno il distacco è doloroso. Sulle stele funebri colui che parte rivolge lo sguardo ai rimanenti e dal volto dell'uno e dell'altro è a pena un senso di malinconia austera e composta. E poi, in questa ora vespertina, fra il cielo che si fa d'opale e il mare che rabbrividisce tutto in un increspamento verdognolo, tutte lì cose divengono d'oro e tutte le erbe odorano più forte. Et in terra pax: mal come nel primo crepuscolo di un pomeriggio d'estate, l'ammonimento evangelico ha avuto la sua più precisa significazione.

Il silenzio del cielo è appena interrotto dallo stridere lungo dei rondoni e il silenzio della terra sembra farsi più profondo nell'aspettativa del canti del grilli e del tintinnio argentino delle raganelle.

Lungo la strada qualche bella vacca paziente, ritorna ruminando alla stalla e le donne del Lazio coi fastelli delle masserizie sul capo avanzano taciturne con quel movimento che è imposto loro dalla necessità di mantenere l'equilibrio, e con la snellezza del passo che proviene dall'uso atavico delle ciocie, onde anche oggi a vederle cosi una dietro l'altra, silenziose e senza sorrisi, sembrano veramente discese dal fregio di un antico vaso.

La gita, del resto, è breve.

SI traversa il braccio più piccolo del fiume, sulla cui sponda un vecchio castello ruinoso dà al paesaggio un vago aspetto romantico, si oltrepassa un breve cancello provvisorio ed eccoci nella città dei morti. Siamo soli. Il sole è più roseo e l'aria odora più forte di mentastri, di lappole e di tanaceti. Curiosa città, del resto, e impreveduta e piena di rivelazioni, questa che Guido Calza ha dissotterrato fra i due rami del Tevere.

Un giorno, un contadino addetto alla bonifica di quei terreni sabbiosi, nel fare una fossetta per piantare un albero, ruppe un architrave di marmo. E da quel momento la necropoli è ritornata alla luce del sole.

Tra il mare e i fiumi

 Grande necropoli di gente umile: artigiani e commercianti del porto vicino di Ostia, piccoli proprietari e professionisti, che si erano scelti quell'isolotto chiuso dal mare e da due fiumi per esservi sepolti in una più durevole pace. Durante due o tre secoli, i più ricchi ed i più poveri giacquero uno accanto all'altro nel grande riposo che tutto livella. Poi un'altra religione si sovrappose alle vecchie credenze laziali. I morti vollero essere sepolti accanto e dentro le nuove case del Signore, e la città delle tombe venne abbandonata. Per qualche generazione ancora i figli e i nipoti di coloro che vi erano sepolti portarono le ultime offerte, decorarono con gli ultimi fiori le tombe antiche. Poi, a poco a poco l'oblio.

Poi, a poco a poco le lente maree da un lato, le inondazioni periodiche dall'altro, coprirono di sabbia le strade, invasero i loculi, seppellirono i monumenti.

E sulla sabbia cominciarono a crescere le erbe ardenti e odorose delle ripe marine.

E dove un giorno si univano a banchettare i parenti e gli amici dei morti, vennero a pascolare i bovi laziali dalle grandi corna lunate e i bufali africani, dal vello nero e dall'occhio ferigno.

Ed è per questo che oggi, la città delle tombe è risorta intieramente: con le sue strade, i suol quartieri, e quelle innumerevoli casette che la sabbia ha preservato dalle intemperie e le cui pareti interne conservano intatte le pitture primitive.

Decorazioni semplicissime ed elegantissime: qui è un festone di fiori e di frutta intorno al quale svolazzano uccelletti e farfalle; più in là un padule dove diguazzano germani e gallinelle. In un altra casa i Castori si appoggiano con eleganza giovanile ai loro cavalli, o una leggiadra figurina muliebre si drappeggia in un velo color giacinto. Ogni tomba ha conservato le urne con le ceneri e i sarcofagi con le ossa dei morti. Sopra uno di questi sarcofagi è una scena di giocondità infantile: putti ignudi che saltano, che caprioleggiano, che si rincorrono con mille atteggiamenti graziosi.

Vi è un gruppo di minuscoli pugili, uno del quali ha gettato a terra l'avversarlo e l'atterrato rivolge il volto verso di lui e tende la mano per riparare i colpi onde l'altro lo minaccia.

Poi, qualche rivelazione di vita.

In questa tomba, una Daria uxor dulcissima ci è mostrata in atto di trafiggersi il petto sulla spoglia del marito. E l'iscrizione ci ammonisce che ella si è voluta uccidere per seguire lo sposo nel misterioso regno di Persefone. In quest'altra tomba, sopra una lastra di marmo, un personaggio illustre: l’Archigallus, il gran sacerdote di Cibele, che tiene in mano il ramoscello di pino selvatico ed ha i polsi stretti nel pesanti bracciali del suo rito orientale e la testa oppressa dalla grande mitra fregiata. Ma che volto terribile, e che sguardo tra il vizioso e il feroce che ha mai quel triste personaggio, che aveva conosciuto i misteri della sua divinità e ne aveva imposto i riti occulti ai fedeli.

Trionfa la vita

Ma dove la vita trionfa veramente sulla morte è nelle pareti esteriori di quelle case funerarie, dove ai lati delle porte un qualche umil scultore ha tracciato le scene che più furono familiari al defunto: un fabbro ferraio che batte sull'incudine il metallo incandescente e che arruota con minuziosa cura delicati stromenti di chirurgia. Un acquaiolo passa a traverso le vie popolose recando le sue bombole di acque minerali; un chirurgo cura la piaga alla gamba di un paziente; un ostetrico aiuta una partoriente a sgravarsi; un aromatario mette in ordine i suol farmachi preziosi; una nave carica di anfore si attracca a una banchina del porto, i facchini procedono allo scarico, le anfore sono portate ad una campona vicina, dove i clienti si seggono intorno alle tavole e assaggiano il vino profumato di Falerno, quello più grave delle Puglie, quello resinoso delle isole Egee, quello ardentissimo di Sicilia.

Sono tutte scene di duemila anni fa e che si possono ancora vedere a pochi passi di distanza, nel porto di Fiumicino, dove i trabaccoli mediterranei portano ancora il marsala della Sicilia e l'asprigno delle colline napoletane.

Cosi, a poco a poco, la città dei morti si popola di visioni di vita, che ci accompagnano lungo le sue vie strette, ben selciate e ben tenute, fino all'estremo lembo dov'è il campo comune, il campo dei poveri cui la pietà dei superstiti non ha potuto offrire il decoro di un monumento. Ma quanta pietà fra quelle tombe dimenticate!

E quanta tristezza rimane, anche. taluni hanno a pena potuto coprire con qualche tegolone di terracotta i miseri resti pei quali non si era potuto nè meno provvedere a una bara più decorosa. Talaltri, hanno un semplice segno di riconoscimento, perché non siano dimenticati! Ma dovunque le anfore escono a mezzo dal suolo e queste anfore sono portate perché in ogni anniversario i parenti potessero venire a recare la loro offerta di farro, di olio, di fave e di latte ai poveri morti che il memore affetto del rimasti prolungava l'effimera vita di oltre tomba. Efimera! E pure v'è ancora qualcosa, che rimane; v'è ancora qualcosa che ci trasporta in pieno dramma familiare. Ai piedi di un muro dove cresce una' borracina purpurea — e il suolo sabbioso ne apparisce come macchiato di sangue — rimane ancora una iscrizione, incisa rozzamente sopra una breve lastra di marmo. E' la tomba che un Restituto con la moglie Primilla hanno innalzato sul frale di Fiorenza, loro figlia sedicenne che un marito brutale aveva assassinato lanciandola nelle acque turbinose del Tevere: in Tyberi decepta est. E nulla è più triste di quel due poveri vecchi, che raccolgono il corpo appena adolescente della figliuoletta loro, per la quale avevano sognato un avvenire di gioia, e in una sera, forse come questa, mentre il sole tracciava sul suolo le medesime ombre, e le erbe intorno esalavano un medesimo odore, deponevano dolenti e reverenti nella piccola tomba tirrena.

DIEGO ANGELI

Ultima modifica il Giovedì, 07 Novembre 2013 20:32

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