Focemicina: scopri il passato

Un viaggio nel passato per far rivivere i ruderi dei Porti di Claudio e di Traiano.

Navigando tra le pagine potrete scoprire i luoghi abitati dai nostri antenati attraverso la ricostruzione virtuale di Portus

Nelle Cronache di Portus potrai rivivere il quotidiano di chi 2000 anni fà abitava il territorio.

Attraverso piccoli dettagli lasciati tra le rovine rimaste a Fiumicino, possiamo capire molto di questa civiltà e comprendere il nostro presente. Buon viaggio!

Fiumicino: vivi il presente

Una finestra interattiva aperta su Fiumicino per conoscere nel dettaglio le risorse di questo territorio.

L'intervista al chirurgo

Valutazione attuale:  / 0
ScarsoOttimo 

 

Anno XII - Numero 127 STAMPA SERA  - Giovedì 29 - Venerdì 30 Maggio 1958 

 

E un'intervista al chirurgo, non l'hai fatta? — mi chiese sorridendo un caro amico, illustre clinico di Roma, quando gli descrissi in termini entusiastici la mia visita ad Ostia antica. — Il chimico? E che sarebbe? — Si, il simpatico collega dell’Isola Sacra — rispose scherzosamente.

Poi, quasi si trattasse di una fiaba, mi spiegò che esisteva poco lungi da Roma, su quei lidi fatali a cui il padre Enea approdò, un'isola quasi sconosciuta.

In mezzo a quella piaga solitaria, disse, riposava un grumo di bellissime casette parevano sbocciate dalla sabbia: la necropoli del Portus Romae e appunto in una di quelle casette abitava lo spirito sereno del chirurgo Marco Ulpio Amerimmo che di tanto in tanto qualche medico di Roma andava a visitare e che certo in tutta cortesia, avrebbe gradito la mia intervista. chirurgo1

Il lirismo pigmentato d'arguzia, serpeggiante nell'anima scientifica dell'illustre clinico, rovistò in me il desiderio sempre insaziato di sondare l'ignoto e di attingere attraverso le più grandi solitudini le arcane armonie dell’infinito.

Corsi dunque a Trastevere salì sul primo mezzo in partenza e lungheggiando il lento corso del fiume tra i dispogli e pur orchestrali silenzi della campagna romana, raggiunsi quelle foci nella cui nudità alitano i fantasmi di due città un tempo fiorentissime: Ostia Antica e il Porto di Roma.

Frutto saporoso degli splendori Imperiali, quest'ultima città sorse ai confini della colonia ostiense per opera di Claudio.

In seguito il magnifico Traiano l’arricchì di una darsena più interna e affinché comunicasse direttamente col fiume scavò il canale detto oggi di Fiumicino.

Così tra il certo verdebiondo dei due rami fluviali (il naturale e l’artefatto) e l’azzurro lucente del mare venne a inserirsi una soffice landa che si accrebbe via via di detriti e di sabbie e che fu detta Isola Sacra. È vano chiedersi a che cosa debba il suo nome: basta affondare il piede nella sua terra corrosca, per sentirsi penetrati di quella sacra e spirituale solitudine che suscita le sue più avvincenti suggestioni.

In questo che fu detto Libanus  almae Veneris  per la fragranza dei giardini fioriti di rose e che echeggiò di briose e festevoli voci nelle agresti Tiberinalia, ora nell’alto silenzio i canneti agitano il vento gli sgrovigliati pennacchi e le  s’inselvano frusciando lungo le acque senza moto. Lo sguardo sprofonda in azzurre luminosità, si placa su qualche tenerezza di verde, svaria sull’errante gregge che il pastore governa statico come un monumento sotto il cappellaccio nero. Nella mitica sovranità della natura solo la freccia lucente dell’aereo scoccato dal vicino campo internazionale, insinua la sua trafelata aspetta ansia moderna.

ostetrica2Al sepolcreto del porto di Traiano, raccolgono lungo le selci dell’antica Via Flavia, mi guida un lungo viale aggraziato di oleandri: ma tosto mi si affianca un salmodiante corteo di pini e di cipressi tra i quali qualche alta canna dinoccolata stornella un più stridulo “ a solo”.

Un tappeto di foglie attutisce i miei passi cosicché le flebili voci dei mari possono venirmi incontro dalle loro perdute lontananze.  Ma verso l'ingresso i pini e cipressi sostano e si affollano e allora un uomo vero, una creatura di carne, mi accoglie con la cortese signorilità di un proprietario. È un veneto dal viso bruciato dagli occhi profondi, Luigi Carpene, guardiano e restauratore. Con un’affabilità provveduta e senza peso, egli m’inoltra al mistero delle tombe. Sono casette isolate o aggruppate, legate da stradine che il sole abbaglia come in villaggio africano. Ma nelle camere vastissime dai grandi arcosoli dipinti, ricche di mosaici, bassorilievi, sarcofaghi, cippi e altarini, una morbida ombra si addensa e dalle nicchie dalle olle deserte scroscia, fluendo come le sensibili chiome della dea, il delicato capelvenere.

Alcune tombe hanno fogge strane: ricurve a botte, a baule, sembrano immensi scrigni da cui sia fuggito il tesoro; ma con i loro simboli afrodisiaci, con i (…) e i verdi palpitanti, non inducono a pensieri di mestizia,  ma bensì a un senso di riposo alto e disteso.

Se s’indugia in una breccia di muro diroccato, sul bel tappeto di erba verdissimo, sotto un’acacia strepitosa si percepisce il lento scorrere del tempo come un fiume che avvolga il mondo, e tra le creature che qui approdarono e la nostra fragile caducità, si allaccia un colloquio d’intesa perenne.

Come richiamato da un’arcana empatia, sui due rilievi della sua graziosa casetta, si affaccia il chirurgo.

Eccolo nell’atto di compiere (panacea allora universale) un salasso ad una gamba.

Il piede del paziente posa in una vaschetta. Di lato, come in un trofeo, sono esposti gli ingenui strumenti.

Io li osservo perplessa: «M.Ulpius Merimnus — dico — come facevi per addormentare il dolore? Era forse magnetico il tuo occhio, suggestiva la tua voce, erano dolci suadenti le tue dita? E che ne pensavi, dimmi, di tutto questo strazio umano? ». Dal volto lisciato, dalle occhiaie vane, fisse oltre le barriere del tempo, non escono palpiti.

Mi rivolgo allora all'altro rilievo in cui egli assolve più umane funzioni di ostetrico.

Sostenuta da una donna, la partoriente è accasciata su un sedile e il chirurgo tende la mano liberatrice verso il grembo doloroso. «Levatore chiarissimo — dico — quante vite hai così svincolato dalla notte del nulla? Ora che non sei più che un granello di polvere nell'immensurabile Tutto, dimmi, ne valeva la pena? E valeva anche la pena che tu nascessi per non essere ora che questo granello?

Nell'allucinante tremolio del pulviscolo, alita un istante la sua remotissima voce: la vita – egli pare sussurri – è un irrilevante tessuto di piccoli atti racchiusi fra il grande atto della nascita e quello più grande della morte, esternato in queste tombe. Ma questi due grandi atti legati al mistero infondono in quelli minuti di ogni giorno una così prestigiosa trascendenza da imprimere in ogni più umile creatura della Terra l’eccelsa nobiltà dell’universo.

E certo valeva la pena che tutto questo fosse, un poiché stava scritto che tutto questo doveva essere.

“È senz’altro così, chirurgo - dico allontanandomi. – Sit tibi terra Levis”.

Vago per le stradette trasognata, eppure acutamente sollecitata, quasi che nella città dei morti rivivesse la fluida varia godereccia città dei vivi. Essa ripullula per me di artigiani, marinari aurighi, legulei ricchi mercanti di ogni idioma e colore,  attraverso le vene dei rilievi.

Ecco la botteguccia del fabbro con la sega e gli altri ferri del mestiere.

Era un antro oscuro ma nel suo cieco baluginare, la vita ferveva di sangue e di scintille.

Ecco l’arrotino che, come in un contrappasso dantesco, aguzza in eterno il ferro sulla cote ed ecco, all’insegna dell’anfora, l’acquaiolo ambulante.

Egli è consegnato al tempo con la sua fiasca in mano e pare che dalla sua bocca debba tuttora sgorgare il lungo grido sotto il cocente sole. “ Grande doveva essere la sete -  dico – o simpatico acquaiolo se tante monetine hai potuto accumulare da farti la bella tomba col mosaico e con i clini per soccorrevoli banchetti…

Sì grande doveva essere la sede. Rammento, infatti, d’aver veduto poco innanzi in una pregevole tomba, la raffigurazione di un termopolio. Il proprietario serviva con premura gli avventori e intanto il cane domestico uno uggiolava e una bacca satura d’azzurro, vogava verso il grande faro.

Fu l’imperatore Claudio - mi dice Carpene che volle munire il fatto di un faro fiammeggiante su una torre altissima come quella di Alessandria. E edificò la torre sulla nave appositamente fondata: una nave che aveva trasportato a Roma un immenso obelisco -. Poi mi fa ancora osservare il faro in un bel mosaico marino, il cui tessuto bianco e nero introduce a una tomba greca di navigatori.  Sopra la torcia si legge: Pausilypos, ossia cessazione del dolore.

Ma non si può non respirare in questa parola, quasi etereo profumo, il ricordo di Posillipo, la riva incantevole dove forse stato dolce vivere e dimenticare…

La luce si diffonde con la pietà di un mantello materno sul Campo dei poveri, dove semplici anfore seminterrate o strani tegoli a cappuccina contrassegnano le misere sepolture.

Qui non mosaici né sarcofaghi e neppure un nome. Ma spesso dall’ anfora sì sgroviglia un fiore e sul vicino alloro tumido di bacche, si sfrena un festante coretto di cardelli e verdoni. E a chi dunque più lieve la terra dico, A te Iulia Apollonia superbamente ritratta sull’alto cippo;  a te “Telesphoro marito dignissimo” cui la devota moglie fece la ricca tomba, o a voi umili creature dell’anfora, cui i raggi del sole giungono più solleciti cui la pioggia è libagione dolcissima e il vento che accarezza.

Un aereo che passa, trascina nel suo turbine l’arcana risposta. E allora d’improvviso, nelle dilatata solitudine bianca, tutto mi appare strano e non vero: soprattutto strano e non vero che sia proprio il medesimo sole quello che brilla sulle frenetiche ali, e quello che sin dal fondo dei secoli dischiude la calendola sulla bocca dell’anfora interrata.

 

Dall'Articolo pubblicato da "La Stampa Sera" il Giovedì 29 - Venerdì 30 Maggio 1958  Firmato da Delfina Pettinati.

 

Banner Vivere Fco

Leggi tutto...

stampaAccadde a Fiumicino 

Ampia selezione di articoli dal 1874 al 2006 da "La Stampa"

Leggi tutto...

 

 

Go to top