Focemicina: scopri il passato

Un viaggio nel passato per far rivivere i ruderi dei Porti di Claudio e di Traiano.

Navigando tra le pagine potrete scoprire i luoghi abitati dai nostri antenati attraverso la ricostruzione virtuale di Portus

Nelle Cronache di Portus potrai rivivere il quotidiano di chi 2000 anni fà abitava il territorio.

Attraverso piccoli dettagli lasciati tra le rovine rimaste a Fiumicino, possiamo capire molto di questa civiltà e comprendere il nostro presente. Buon viaggio!

Fiumicino: vivi il presente

Una finestra interattiva aperta su Fiumicino per conoscere nel dettaglio le risorse di questo territorio.

Nascere a Portus

La storia che stò per raccontare è realmente accaduta nel nostro territorio in una qualsiasi giornata del 115 d.c., quando Roma era al suo massimo splendore e Traiano era già Imperatore da 17 anni.
Nella Roma dell'imperatore Traiano, le donne romane sembra non assolvessero alcuna particolare occupazione fuori di casa; quelle di modeste condizioni si dedicavano alle faccende all'interno delle mura domestiche da dove uscivano per andare alla fontana pubblica per attingere acqua o all'immondezzaio per gettarvi la spazzatura oppure per recarsi alle terme a loro riservate. 
Ma Scribonia Attice era una eccezione, infatti praticava la professione di levatrice (obstetrix, che vuol dire colei che stà davanti).
Nell'antichità, la figura della levatrice era rara, moltissime donne morivano al momento del parto perché, sopraffatte dal senso di pudore, rifiutavano di essere assiste da medici uomini, i soli a cui era permesso di esercitare la professione medica, preclusa alle donne e agli schiavi.
L’ostetrica Scribonia Attice con suo marito chirurgo (archiatrus) Marco Ulpio Amerimmo veniva da Ostia per assistere le partorienti. Il parto era un momento molto pericoloso per le donne e i loro nascituri, perché avveniva spesso in condizioni igieniche precarie.


"Alle prime contrazioni si lava le mani e si copre il capo".
Grida invocazioni agli dei "Povera me, che dolori! Giunone Lucina, aiutami tu, salvami tu!
L'ostetrica la riprende: al più si può lamentare, non deve urlare. E poi che non si opponga a quei dolori, ma si abbandoni ad essi quando arrivano e anzi li rafforzi.
Spogliata e sistemata sulla sedia da parto, osserva attenta i movimenti dell'ostetrica che non sta ferma un momento. Si aggira nervosamente nella stanza, impartisce brevi ordini, controlla con cura i preparativi delle ancelle. Queste hanno un frenetico andirivieni con le stanze vicine.
Entrano con ampolle di olio di oliva, cataplasmi, spugne, coperte di lana grezza. 
Versano acqua fumante nelle catinelle.
Una colloca dovunque piante odorose, l'altra arriva con un cuscino e le fasce.
Nel momento in cui la donna si sente saldamente abbracciare dall'ancella da dietro lo schienale, prega ansiosamente. Trema al pensiero che il neonato si presenti dai piedi. Le braccia possono aprirsi nell'estrazione, trattenerlo nel ventre. Un pericolo mortale per entrambi. 
L'ostetrica si è venuta a sedere su un basso sgabello sotto di lei. Le ha fatto divaricare le gambe e con la mano destra l'ha unta tutta con olio d'oliva. Lei stringe più forte le maniglie ad ogni sforzo delle doglie. Scribonia Attice asseconda la lenta uscita del feto, operando attraverso l'apertura a mezzaluna della sedia con la mano sinistra, unta e riscaldata.
Secondo le prescrizioni mediche, non tiene a lungo lo sguardo sui genitali della donna, ma volge ogni tanto il capo altrove ad evitare che per un istintivo pudore la partoriente sia portata a contrarsi. Ecco finalmente lo ha tutto! Fiera lo mostra sveltamente alla madre e alle assistenti. Fa il consueto gesto per indicare se è maschio o femmina. Lo scruta dappertutto per scoprire imperfezioni o deformità. Ora lo posa sul cuscino. Le ancelle le versano acqua per farle lavare le mani. La madre, spossata, dolorante, accaldata attende ansiosa. D'un tratto un raggiante sorriso le distende i lineamenti. Nella stanza si è levato alto e imperioso quell' atteso vagito. 

Il racconto potrebbe essere una fiction televisiva ambientata ai tempi di Traiano. 

Ma Scribonia Attice e suo marito Marco Ulpio Amerimmo sono esistiti veramente.

Questo lo sappiamo per certo dalle loro tombe nella Necropoli di Porto.
Le lastre di terracotta descrivono proprio l'avvento del parto ad opera di Scribonia.
 
Accanto a questa, la lastra di terracotta di Marco Ulpio Amerimmo chirurgo, che pratica un salasso alla gamba di un paziente.
Le tombe assolvono a quelli che erano gli intenti dell'epoca, cioè l'esplicitazione della posizione della famiglia in seno alla società. Le costruzioni offrono il fronte alla strada ed hanno un programma decorativo - soprattutto pittorico e musivo - ricco e di buon livello artigianale.

 

 

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