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Navi Romane

Venerdì 27 luglio 1962 La Stampa 

Articolo di Giorgio Nani

"Sette navi romane tornale alla luce sul Lido di Ostia"

Le imbarcazioni sono di vario tipo: due (le più grandi) misurano diciotto metri l’una - Recuperata anche la grande nave che l'imperatore Claudio fece affondare per creare le fondamenta dell'isola-faro di cui parlano Plinio e Svetonio.

Una profonda lacuna negli studi sulla conoscenza della vita dell'antica Roma sta per essere per buona parte colmata da clamorosi ritrovamenti archeologici.

I Romani, come si sa, non furono un popolo di navigatori, tutt'altro; le navi romane, nella loro effettiva struttura, nei particolari costruttivi sono rimaste per secoli quasi un mistero; le uniche fonti erano rare descrizioni o le incisioni dei bassorilievi o le «colonne rostrate».

Non poteva essere che cosi, data la deteriorabilità del materiale usato nella costruzione (il legno). Per l'estrema fragilità, qualche relitto affondato nell'impossibilità di portarlo in superficie è stato solo fotografato negli ultimi anni dai “ sub”. Ma neanche queste foto hanno mai potuto assumere valore di efficace documentazione. Si ricorderà, ad esempio, quale valore venisse attribuito alle navi del lago di Nemi; purtroppo i danni bellici furono praticamente irreparabili.

Per la prima volta nella storia delle ricerche archeologiche, però, navi romane sono tornate alla luce. Si tratta di una completa flottiglia.

L'interesse per il rinvenimento, che corona di grande successo il duro e attento lavoro di scavo eseguito da qualche anno a questa parte dalla Soprintendenza alle Antichità della capitale ai margini dell'aeroporto di Fiumicino, è aumentato dal fatto che è stato riportato quasi completamente alla luce il Portus Ostiensis realizzato dall'imperatore Claudio alla foce del Tevere. Per il continuo apporto di arenarle convogliate dalla corrente tiberina, esso oggi dista tre chilometri dall’attuale battigia.

Sette sono le navi rinvenute; gli studiosi che hanno guidato le delicatissime operazioni di scavo, come il prof. Iacopi e la dottoressa Scrlnari, le hanno già giudicate il documento più completo per lo studio dello costruzioni navali di epoca imperiale.

Le imbarcazioni sono di vario tipo: le più grandi sono due, lunghe 18 metri e classlflcate nella categoria onerarie. Erano cioè usate quasi esclusivamente per il trasporto delle derrate. Vi è una codicaria; il nome caratterizza un particolare tipo di battello, che disponeva di una coda fissa rettangolare a scivolo; per fare un paragone si pensi alle prue mobili dei pontoni da sbarco delle moderne forze armate.

Le “codicarie” potevano imbarcare e sbarcare più facilmente barili, botti, od altri oggetti pesanti fatti rotolare per mezzo di assi sul piano inclinato. Le altre navi sono lunghe dai 10 ai 15 metri e presentano caratteristiche differenti una dall'altra. Tra di esse una barca da pesca che reca al centro una vasca a tenuta d'acqua, evidentemente per mantenere vivi i pesci fino al momento dell'attracco a riva e della vendita del “pescato”; una barca da trasbordo; una chiatta a sponde basse per il trasporto delle merci sul Tevere, dal porto fluviale di Roma alla foce.

II “pezzo” forse più raro e sensazionale è senza dubbio la grande nave usata con nuovissima tecnica da Claudio (ardimentosa d'altronde fu tutta la realizzazione del Portus Ostiensis, avversato e sconsigliato da tutti gli architetti imperiali) per creare le fondamenta dell'isola-faro di cui parlano sia Plinio che Svetonio: la nave, portata nel punto prescelto per la costruzione, fu affondata caricandola di “terra dì Pozzuoli”, la pozzolana. Si trattava dello stesso battello usato per il trasporto dall'Egitto dell'obelisco che sorge oggi nella piazza antistante la basilica Vaticana; una delle più grandi della fiotta imperiale, cioè, che Claudio non esitò a sacrificare per portare a compimento con nuovissimo procedimento la grandiosa idea. Il moto ondoso ha favorito per secoli la corrosione degli elementi costruttivi superiori, mettendo così in evidenza una buona parte degli elementi costruttivi della grande imbarcazione all'uopo affondata: è stato così scoperto anche un lungo tratto dell'armatura lignea interna che ha mantenuto il profilo della carena.

Le navi del Portus Ostiensis tornate alla luce sono ora protette da capannoni in legno costruiti nello stesso sito degli scavi.

Ma è già stato approvato dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione il progetto per un grande padiglione in tufo e mattoni (riproducente cioè la classica costruzione romana) a pianta ottagonale e nel quale verranno sistemati i sette relitti e tutti gli elementi concernenti il loro rinvenimento: oggetti, disegni, grafici, pannelli fotografici, modelli ricostruiti degli insieme a dei particolari. Sarà portato a termine anche un grande plastico di tutta la zona portuale del tempo.

Dall'alto di un belvedere panoramico, anche questo appositamente costruito, sarà poi possibile a studiosi e turisti godere di un colpo d'occhio su tutta la planimetria del porto di Ostia, basata sui resti riportati alla luce, soprattutto sul lungo molo voluto da Claudio e riapparso in tutta la sua interezza; un contrasto suggestivo con le piste e le attrezzature dell'aeroporto intercontinentale, adiacente alla zona dove duemila anni fa attraccavano onerarie e codicarie.

Giorgio Nani

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